ARTICOLO

PILLOLE DI GIURISPRUDENZA E PRIMI COMMENTI SU RECENTI ARRESTI GIURISPRUDENZIALI IN ORDINE AI CONTROLLI DIFENSIVI DA PARTE DEL DATORE DI LAVORO ED ALLA UTILIZZABILITA’ DEI DATI RACCOLTI NEL RISPETTO O MENO DELLE PRESCRIZIONI DI CUI ALL’ART.4 STATUTO LAVORATORI

di Pasquariello & Partners

Scritto da Francesco Pasquariello

27 Settembre 2021

PILLOLE DI GIURISPRUDENZA E PRIMI COMMENTI SU RECENTI ARRESTI GIURISPRUDENZIALI IN ORDINE AI CONTROLLI DIFENSIVI DA PARTE DEL DATORE DI LAVORO ED ALLA UTILIZZABILITA’ DEI DATI RACCOLTI NEL RISPETTO O MENO DELLE PRESCRIZIONI DI CUI ALL’ART.4 STATUTO  LAVORATORI

Giurisprudenza Lavoro – Sentenza n. 25732 del 22/09/2021 – Cassazione – Civile – Lavoro subordinato – Controlli tecnologici – Datore di lavoro – Utilizzabilità – Riservatezza del lavoratore

Nella sentenza n. 25732 del 22/09/2021 in materia di lavoro subordinato, e più nello specifico, con riferimento all’art. 4 della l. n. 300 del 1970 – come modificato dagli artt. 23, comma 1, del d.lgs. n. 151 del 2015, e 5, comma 2, del d.lgs. n. 185 del 2016 – la Sezione lavoro ha affermato che “sono consentiti i controlli anche tecnologici posti in essere dal datore di lavoro finalizzati alla tutela di beni estranei al rapporto di lavoro o ad evitare comportamenti illeciti, in presenza di un fondato sospetto circa la commissione di un illecito, purché sia assicurato un corretto bilanciamento tra le esigenze di protezione di interessi e beni aziendali, correlate alla libertà di iniziativa economica, rispetto alle imprescindibili tutele della dignità e della riservatezza del lavoratore, sempre che il controllo riguardi dati acquisiti successivamente all’insorgere del sospetto. Non ricorrendo le condizioni suddette la verifica della utilizzabilità a fini disciplinari dei dati raccolti dal datore di lavoro andrà condotta alla stregua dell’art. 4 l. n. 300 del 1970, in particolare dei suoi co. 2 e 3”.

§§§§

Stop ai controlli “a tappeto” da parte dell’azienda sul computer dei lavoratori. Le verifiche infatti, possono essere consentite per motivi disciplinari solo se riguardano dati successivi all’insorgere del sospetto.

È esclusa, invece, l’acquisizione di ogni tipologia di documento precedente e in violazione della normativa sulla privacy. Sono queste le importanti conclusioni raggiunte dalla sezione lavoro della Cassazione nella sentenza 25732/21 del 22 settembre che ha accolto in parte il ricorso di una lavoratrice.

La Suprema corte, nel decidere la questione, ha affermato che anche dopo la modifica dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori si pone il problema della legittimità dei cosiddetti controlli difensivi.

Ebbene, ha spiegato la Cassazione, il controllo difensivo non dovrebbe riferirsi all’esame e all’analisi di informazioni acquisite in violazione delle prescrizioni di cui all’articolo 4 dello statuto dei lavoratori, poiché, in tal modo, l’area del controllo difensivo si estenderebbe a dismisura, con conseguente annientamento della valenza delle predette prescrizioni.

Il datore di lavoro, infatti, potrebbe, in difetto di autorizzazione o di adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli, nonché senza il rispetto della normativa sulla privacy, acquisire per lungo tempo e ininterrottamente ogni tipologia di dato, provvedendo alla relativa conservazione, e, poi, invocare la natura mirata (ex post) del controllo incentrato sull’esame e analisi di quei dati.

In tal caso, il controllo non sembra potersi ritenere effettuato ex post, poiché esso ha inizio con la raccolta delle informazioni; quella che viene effettuata ex post è solo un’attività successiva di lettura e analisi che non ha, a tal fine, una sua autonoma rilevanza.

Può quindi parlarsi di controllo ex post solo ove, a seguito del fondato sospetto del datore circa la commissione di illeciti a opera del lavoratore, il datore stesso provveda, da quel momento, alla raccolta delle informazioni.

Non ricorrendo le condizioni suddette la verifica della utilizzabilità a fini disciplinari dei dati raccolti dal datore di lavoro andrà condotta alla stregua dell’art. 4 legge n. 300/1970, in particolare dei suoi commi 2 e 3”.

𝐈𝐥 𝐝𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐩𝐮𝐨’ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐜 𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐝𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞?

Cass. 25732/2021 ricorda che occorre distinguere tra i controlli a difesa del patrimonio aziendale che riguardano tutti i dipendenti (o gruppi di dipendenti) nello svolgimento della loro prestazione di lavoro che li pone a contatto con tale patrimonio, controlli che dovranno necessariamente essere realizzati nel rispetto delle previsioni dell’art. 4 e i “controlli difensivi” in senso stretto, diretti ad accertare specificamente condotte illecite ascrivibili – in base a concreti indizi – a singoli dipendenti, anche se questo si verifica durante la prestazione di lavoro. Si può ritenere che questi ultimi controlli, anche se effettuati con strumenti tecnologici, non avendo ad oggetto la normale attività del lavoratore, si situino, anche oggi, all’esterno del perimetro applicativo dell’art. 4.

Può, in buona sostanza, parlarsi di controllo ex post solo ove, a seguito del fondato sospetto del datore circa la commissione di illeciti ad opera del lavoratore, il datore stesso provveda, da quel momento, alla raccolta delle informazioni. Facendo il classico esempio dei dati di traffico contenuti nel browser del pc in uso al dipendente, potrà parlarsi di controllo ex post solo in relazione a quelli raccolti dopo l’insorgenza del sospetto di avvenuta commissione di illeciti ad opera del dipendente, non in relazione a quelli già registrati.

Cassazione: vietato controllare il lavoratore per mezzo del badge  
 
Se il badge non si limita a rilevare l’orario di ingresso e di uscita del lavoratore, ma raccoglie una serie di altri dati inerenti alla prestazione lavorativa, può divenire uno strumento di controllo, sottoposto alle cautele di cui all’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori.

La Corte di cassazione lo ha chiarito con la Sentenza numero 17531/2017 , con la quale ha confermato l’illegittimità del licenziamento disciplinare inflitto a un lavoratore proprio avvalendosi delle risultanze dei dati acquisiti per il tramite del badge. Illegittimo il badge che controlla permessi e pause

I giudici, in particolare, hanno avuto modo di precisare che la rilevazione delle entrate e delle uscite mediante un’apparecchiatura predisposta dal datore di lavoro e utilizzabile anche quale strumento di controllo del rispetto del dovere di diligenza gravante sul lavoratore, che non è né concordata con le rappresentanze sindacali né autorizzata dall’ispettorato del lavoro rientra nella fattispecie di cui al secondo comma dell’articolo 4, risolvendosi in un controllo sull’orario di lavoro e in un accertamento sul quantum della prestazione.

Nel caso di specie, il rilevatore della presenza trasmetteva alla centrale operativa dati riguardanti non solo l’orario di ingresso e di uscita, ma anche le sospensioni, i permessi e le pause e, così facendo, consentiva di fatto un controllo costante e a distanza del rispetto dell’obbligo da parte dei lavoratori, senza alcuna garanzia procedurale. Il suo utilizzo, quindi, non può che essere dichiarato illegittimo.

Avv. Francesco Pasquariello

Potrebbe interessarti…

Share This
Open chat
Hai bisogno di maggiori info?
Ciao!
Come posso Aiutarti?